Produrre cosmetici in Italia o all’estero: costi, tempi e responsabilità

Il confronto tra un preventivo italiano e uno extraeuropeo si fa quasi sempre su una riga sola, il prezzo unitario. È la riga che dice meno di tutte, perché nel caso dell’import ci sono voci che non compaiono nel preventivo e una responsabilità che cambia di soggetto.

Chi importa cosmetici da fuori Unione Europea diventa, per legge, il soggetto responsabile di quei prodotti. Non è una scelta contrattuale: è una conseguenza automatica dell’importazione.

La differenza che pesa più di tutte

L’articolo 4 del Regolamento (CE) n. 1223/2009 stabilisce che ogni cosmetico immesso sul mercato europeo debba avere una persona responsabile stabilita nell’Unione. Per i prodotti importati da paesi terzi, quel ruolo ricade sull’importatore, salvo che designi per iscritto un altro soggetto stabilito nell’Unione che lo accetti.

In pratica, chi acquista da un fornitore extraeuropeo e porta la merce in Europa risponde di tutto: dossier di sicurezza, notifica al portale, cosmetovigilanza, conformità dell’etichetta. Il produttore estero non ha obblighi verso le autorità europee, perché non è soggetto al Regolamento.

Con un fornitore europeo il ruolo può invece restare a lui, e in quel caso il suo nome compare in etichetta e gli adempimenti sono suoi. Sono le due configurazioni possibili del soggetto responsabile.

È la variabile che da sola ribalta molti confronti di prezzo.

Il confronto sui dieci criteri

CriterioFornitore europeoFornitore extraeuropeo
Chi è il soggetto responsabilepuò restare il fornitorediventi tu, automaticamente
Dossier di sicurezzadel fornitore, se è lui il responsabilea tuo carico, secondo lo standard europeo
Notifica al portaledel fornitore, se è lui il responsabilea tuo carico
Conformità agli allegati del Regolamentopresupposta, il fornitore opera nel mercato UEda verificare sostanza per sostanza
Lotti minimibassi nel modello di catalogodi norma molto alti
Tempi di consegnagiorni o settimanesettimane di produzione più il trasporto
Riassortimentorapidolento, con vincolo di volume
Costi non nel preventivotrasportotrasporto, dazi, IVA all’import, sdoganamento, adeguamento etichette
Gestione di una non conformitàcontestabile in tempi ragionevolicomplessa, con foro e legge spesso extraeuropei
Origine dichiarabileMade in Italy se prodotto in Italiava indicato il paese di origine in etichetta

Le due righe che cambiano più spesso l’esito del confronto sono l’ottava e la nona.

I costi che non compaiono nel preventivo

Un prezzo unitario extraeuropeo è quasi sempre più basso. Diventa confrontabile solo dopo aver aggiunto quello che manca.

Il trasporto internazionale e l’assicurazione della merce. I dazi doganali, quando previsti. L’IVA all’importazione, che va anticipata. Le pratiche di sdoganamento e l’eventuale intermediazione di uno spedizioniere.

A questo si aggiunge un blocco che riguarda la conformità: la verifica che la formulazione rispetti gli allegati del Regolamento europeo, la costruzione del dossier di sicurezza secondo lo standard europeo con valutazione firmata da un professionista qualificato, la notifica al portale e l’adeguamento delle etichette alla normativa e alla lingua.

Sono voci che si pagano una volta per referenza ma che, su una gamma piccola, possono superare il risparmio sul prezzo unitario. È il punto in cui il lotto minimo conta più del prezzo unitario.

Il fattore tempo

Sui tempi la differenza non è di grado ma di natura.

Con un fornitore europeo il ciclo di riassortimento si misura in giorni: nel modello di catalogo circa dieci giorni lavorativi, senza vincolo sul numero di referenze. Questo permette di tenere il magazzino basso e di reagire in fretta a un prodotto che vende più del previsto.

Con l’import il ciclo comprende produzione, trasporto e sdoganamento, e i volumi minimi impongono di ordinare molto per volta. Il capitale resta immobilizzato più a lungo, e un errore di previsione sulla domanda si paga per mesi.

C’è anche un effetto meno evidente sulla capacità di correggere. Se una referenza non funziona, con un fornitore vicino la sostituisci al riordino successivo. Con l’import te la tieni finché non si esaurisce.

La gestione dei problemi

È lo scenario che nessuno considera in fase di preventivo ed è quello che separa i due modelli.

Un lotto difforme, una contaminazione, un’etichetta sbagliata: con un fornitore europeo la contestazione segue regole conosciute e un foro raggiungibile, e la sostituzione della merce ha tempi compatibili con la tua attività.

Con un fornitore extraeuropeo la stessa contestazione richiede di far valere un contratto spesso soggetto a legge e foro esteri, e la merce sostitutiva arriva con gli stessi tempi dell’originale. Nel frattempo il prodotto non conforme è a tuo nome, perché il soggetto responsabile sei tu.

Sono situazioni che un contratto di produzione deve prevedere, e che si intercettano già quando si valuta il fornitore.

La distanza incide anche su quello che non si misura

Ci sono due elementi che nessun confronto tabellare cattura e che pesano sulla gestione quotidiana.

Il primo è la possibilità di parlarsi. Un fornitore raggiungibile nella stessa fascia oraria, nella stessa lingua e con la stessa cultura commerciale rende risolvibili in una telefonata questioni che altrimenti richiedono giorni di scambi scritti. Su un progetto in avvio, dove le domande sono molte, incide più di quanto sembri.

Il secondo è la possibilità di andare a vedere. Visitare uno stabilimento, guardare come vengono gestiti i lotti e chi risponde alle domande tecniche è una verifica che sostituisce molti documenti. Con un fornitore a poche ore di distanza è una giornata; con uno dall’altra parte del mondo è un viaggio che quasi nessuno fa, e infatti quasi nessuno lo fa.

Le domande da porre restano le stesse in entrambi gli scenari. Cambia solo il peso di alcune: con un fornitore fuori dall’Unione conta di più sapere chi redige il dossier e con quale qualifica, perché il dossier di sicurezza deve rispondere ai requisiti europei anche quando la lavorazione avviene altrove.

Il Made in Italy come argomento di vendita

Al di là dei conti, c’è una considerazione commerciale che pesa sulla decisione.

Nella cosmetica l’origine italiana ha un riconoscimento consolidato, sui mercati esteri ancora più che su quello nazionale. Per un brand che nasce adesso è uno dei pochi elementi di credibilità disponibili prima di avere una storia.

Va però usato correttamente. L’indicazione del paese di origine è obbligatoria in etichetta per i prodotti fabbricati fuori dall’Unione Europea, mentre per quelli fabbricati in Italia l’origine si può comunicare se corrisponde al vero. Attribuire un’origine che non c’è è un’affermazione ingannevole, e ricade fra i claim cosmetici ingannevoli. La dicitura più sicura resta quella che indica il luogo di fabbricazione effettivo, senza aggettivi che aggiungano un significato non verificabile.

Quando l’import ha senso

Non è mai una scelta sbagliata in assoluto, ma richiede tre condizioni.

Volumi alti e stabili, che permettano di ammortizzare gli oneri di conformità e di assorbire i lotti minimi. Una struttura interna in grado di gestire gli adempimenti da soggetto responsabile, che non sono delegabili al fornitore estero. E una categoria di prodotto in cui il differenziale di prezzo unitario sia abbastanza ampio da reggere tutte le voci aggiuntive.

Fuori da queste condizioni, il risparmio sul preventivo si trasforma in costi e rischi che compaiono dopo la firma.

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Domande frequenti su produzione in Italia o all’estero

Chi risponde di un cosmetico importato da fuori Europa?

L’importatore. L’articolo 4 del Regolamento (CE) n. 1223/2009 stabilisce che ogni cosmetico immesso sul mercato europeo debba avere una persona responsabile stabilita nell’Unione, e per i prodotti importati da paesi terzi quel ruolo ricade su chi importa, salvo designazione scritta di un altro soggetto stabilito nell’Unione.

Quali costi si aggiungono al prezzo di un fornitore extraeuropeo?

Trasporto internazionale, assicurazione, eventuali dazi, IVA all’importazione da anticipare e pratiche di sdoganamento. Si aggiungono la verifica di conformità agli allegati del Regolamento, la costruzione del dossier di sicurezza secondo lo standard europeo, la notifica al portale e l’adeguamento delle etichette.

Il produttore estero è tenuto a rispettare il Regolamento europeo?

Non direttamente, perché non è soggetto alla normativa dell’Unione. È chi importa a dover garantire che il prodotto immesso sul mercato europeo sia conforme, il che comporta verificare la formulazione rispetto agli allegati e costruire la documentazione richiesta.

Quanto cambiano i tempi di riassortimento?

In modo sostanziale. Con un fornitore europeo nel modello di catalogo il riassortimento richiede circa dieci giorni lavorativi senza vincolo sul numero di referenze. Con l’import il ciclo comprende produzione, trasporto e sdoganamento, e i volumi minimi impongono di ordinare molto per volta.

Si può scrivere Made in Italy su un prodotto importato?

No, sarebbe un’affermazione ingannevole. Per i prodotti fabbricati fuori dall’Unione Europea l’indicazione del paese di origine è obbligatoria in etichetta. L’origine italiana si può comunicare soltanto se il prodotto è effettivamente fabbricato in Italia.

Che peso ha la distanza nella gestione quotidiana?

Più di quanto emerga da un confronto di prezzo. Un fornitore raggiungibile nella stessa fascia oraria e nella stessa lingua rende risolvibili in una telefonata questioni che altrimenti richiedono giorni. E permette di visitare lo stabilimento, che è una verifica che sostituisce molti documenti.

Quando conviene importare?

Quando ricorrono tre condizioni insieme: volumi alti e stabili che permettano di ammortizzare gli oneri di conformità e i lotti minimi, una struttura interna capace di gestire gli adempimenti da soggetto responsabile, e un differenziale di prezzo unitario abbastanza ampio da assorbire tutte le voci aggiuntive.

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