Astucci e scatole per cosmetici: formati, cartoncini e nobilitazioni

L’astuccio è l’unico componente della linea che il cliente butta via, e paradossalmente è quello su cui si decide se il prodotto viene preso in mano.

È anche il componente che fa saltare i conti a chi non lo prevede. Ha una tiratura minima di stampa propria, indipendente da quella dell’etichetta e molto più alta, e questo cambia la soglia di ingresso dell’intera linea.

Quando l’astuccio serve e quando no

Non tutti i prodotti ne hanno bisogno, e aggiungerlo per abitudine è uno spreco.

Serve quando il prodotto viene regalato, perché la confezione è parte del gesto. Serve quando la superficie del contenitore è troppo piccola per ospitare tutte le informazioni obbligatorie, e allora il foglietto o l’astuccio diventano necessari. Serve quando il prodotto sta su uno scaffale in mezzo ad altri, dove la parte frontale dell’astuccio è più leggibile della curvatura di un flacone.

Non serve quando il prodotto è destinato alla cabina, dove viene aperto e usato subito. Non serve su una gamma venduta con il consiglio diretto del professionista, dove la decisione avviene prima che il cliente veda la confezione. E raramente si giustifica su un primo ordine di prova, dove il budget è meglio investito in referenze.

La tiratura minima è il punto decisivo

Qui sta la differenza che va capita prima di innamorarsi dell’idea.

L’etichetta si stampa in digitale, con costi di avviamento contenuti: tre pezzi per referenza sono sostenibili. L’astuccio richiede una lavorazione di cartotecnica con fustella, cioè lo stampo che ritaglia e cordona il cartoncino nella forma esatta di quel prodotto.

La fustella è un costo iniziale legato a quel formato, e la stampa ha una tiratura minima molto superiore a quella dell’etichetta. Il risultato è che un astuccio personalizzato porta la soglia d’ingresso della referenza su un altro ordine di grandezza.

I quattro scenari che determinano il lotto minimo, dall’etichetta al contenitore dedicato, sono confrontati nell’articolo sul lotto minimo nella cosmetica conto terzi.

I cartoncini

La scelta del supporto determina rigidità, resa di stampa e percezione al tatto.

CartoncinoCaratteristicheQuando ha senso
Patinato biancosuperficie liscia, colori brillanti, buona rigiditàgamma generalista, colori pieni, fotografie
Cartoncino avana o riciclatosuperficie ruvida, colori più smorzatilinee con posizionamento naturale
Cartoncino con supporto metallizzatoriflessi sotto la stampafascia alta, effetto molto marcato
Cartoncino accoppiatomaggiore spessore percepito, rigidità elevatacofanetti e confezioni regalo

La grammatura, cioè il peso del cartoncino, incide sulla rigidità. Un astuccio troppo leggero si deforma nel trasporto e trasmette una sensazione di economicità che nessuna grafica recupera; uno troppo pesante aumenta il costo senza un beneficio percepito.

Va scelta insieme al formato: un astuccio piccolo e alto ha bisogno di più rigidità di uno largo e basso, perché tende a piegarsi sui lati lunghi.

Le nobilitazioni

Sono i trattamenti applicati dopo la stampa e determinano la percezione di livello più del colore.

  • Plastificazione lucida: colori saturi, superficie facile da pulire, aspetto brillante
  • Plastificazione opaca soft touch: tatto vellutato, la finitura più usata nella fascia alta
  • Verniciatura UV selettiva: lucido applicato solo su alcuni elementi, sopra una base opaca
  • Lamina a caldo: oro, argento o colori metallizzati su logo e dettagli
  • Stampa a rilievo o a secco: il segno si sente al tatto, senza inchiostro

La combinazione che funziona quasi sempre è plastificazione opaca più un elemento in rilievo o in lamina sul logo. Il contrasto tra la superficie vellutata e il dettaglio lucido è più efficace di qualsiasi accumulo di finiture.

Ogni nobilitazione è un passaggio di macchina in più, quindi ha un costo e allunga i tempi. Su una prima produzione conviene fermarsi a una sola.

Che cosa deve comparire sull’astuccio

Un astuccio non è soltanto grafica. Quando il prodotto viene venduto dentro la confezione esterna, alcune informazioni obbligatorie devono comparire lì.

Nome e indirizzo del soggetto responsabile, contenuto nominale, data di scadenza o periodo dopo l’apertura, numero di lotto e precauzioni d’uso devono essere reperibili sull’imballaggio esterno o sul contenitore. Il quadro completo è nell’articolo su come si compone un’etichetta cosmetica.

C’è poi un obbligo che riguarda l’imballaggio in quanto tale, ed è l’etichettatura ambientale: sull’astuccio vanno riportate la codifica del materiale e le indicazioni per la raccolta differenziata. Le indicazioni relative agli imballaggi delle referenze a catalogo sono raccolte nella pagina sulle indicazioni per lo smaltimento del packaging.

Il formato dell’astuccio non è libero

Un vincolo che sorprende chi progetta la grafica prima di aver scelto il prodotto: l’astuccio deve contenere il contenitore, e le sue proporzioni discendono da quelle.

Un flacone cilindrico dentro un astuccio a base quadrata lascia spazi vuoti agli angoli, e il prodotto si muove durante il trasporto. Un astuccio troppo aderente rende difficile l’estrazione e il cliente lo strappa. Nel mezzo c’è una tolleranza che la cartotecnica calcola sul contenitore reale, non su una misura approssimata.

Da qui una conseguenza sull’ordine delle decisioni. Prima si sceglie la referenza, quindi il contenitore, poi si progetta l’astuccio sulle sue dimensioni effettive e infine si imposta la grafica sulle superfici disponibili.

Chi inverte questa sequenza si trova con una grafica bella che non entra nelle facce disponibili, o con un formato che costringe a rifare la fustella.

Il kit, il caso in cui l’astuccio si ripaga

C’è una situazione in cui la confezione esterna smette di essere un costo e diventa il prodotto: il kit.

Due o tre referenze coordinate dentro una confezione unica si vendono come un oggetto solo, con un prezzo superiore a quello del singolo prodotto e una marginalità unitaria migliore. Il cliente prende una decisione invece di tre, e su un regalo questo conta più del prezzo.

Il kit funziona bene nei periodi di picco stagionale, ma va costruito su referenze che sai già vendere. Un kit di prodotti mai testati moltiplica il rischio invece di dividerlo, come ricordato nella guida alla prima linea cosmetica.

Sui tempi vale la regola dei prodotti stagionali: la lavorazione di cartotecnica si aggiunge alla produzione del cosmetico, quindi il margine di anticipo va aumentato. Le tempistiche complete sono nell’articolo sulle tempistiche di produzione.

Quando conviene la scatola invece dell’astuccio

Astuccio e scatola non sono sinonimi, e la differenza incide sul costo.

L’astuccio è una confezione a fondo automatico o a incastro, ricavata da un unico cartoncino fustellato e piegato. Arriva piatto, si monta al momento del confezionamento e ha il costo più contenuto.

La scatola rigida, quella con coperchio separato tipica dei cofanetti, è un manufatto composto: cartone rivestito, incollato, con eventuale interno sagomato. Costa sensibilmente di più, arriva già montata quindi occupa più spazio in magazzino, e ha tempi di produzione più lunghi.

La scatola rigida si giustifica su una confezione regalo di fascia alta o su un cofanetto che il cliente conserva dopo aver finito i prodotti. Su tutto il resto l’astuccio fa lo stesso lavoro a una frazione del prezzo.

Come si coordina con il resto

Astuccio, etichetta e contenitore vanno progettati insieme, non in sequenza.

Il formato dell’astuccio dipende dalle dimensioni del contenitore, la grafica dell’etichetta deve dialogare con quella della confezione, e il materiale dell’una influisce sulla percezione dell’altra. Un’etichetta in carta naturale dentro un astuccio plastificato lucido comunica due cose diverse.

Le scelte sul contenitore sono descritte nell’articolo su come scegliere il contenitore giusto, quelle sui materiali dell’etichetta in etichette adesive per cosmetici.

Vuoi capire quali referenze prevedono una confezione esterna? Richiedi l’accesso al catalogo.

Domande frequenti su astucci e scatole per cosmetici

Quando serve un astuccio e quando no?

Quando il prodotto viene regalato, quando la superficie del contenitore è troppo piccola per ospitare le informazioni obbligatorie, e quando il prodotto sta su uno scaffale in mezzo ad altri. Non serve sui prodotti da cabina né, di norma, su un primo ordine di prova.

Perché l’astuccio alza tanto il lotto minimo?

Perché richiede una lavorazione di cartotecnica con fustella, cioè lo stampo che ritaglia e cordona il cartoncino nella forma di quel prodotto. La fustella è un costo iniziale legato al formato e la stampa ha una tiratura minima molto superiore a quella dell’etichetta.

Quale cartoncino scegliere?

Il patinato bianco per una gamma generalista con colori pieni, l’avana o riciclato per un posizionamento naturale, il metallizzato per la fascia alta e l’accoppiato per cofanetti e confezioni regalo. La grammatura va scelta in base al formato: gli astucci alti e stretti richiedono più rigidità.

Quali nobilitazioni convengono?

La combinazione più efficace è plastificazione opaca più un elemento in rilievo o in lamina sul logo: il contrasto tra superficie vellutata e dettaglio lucido rende più di qualsiasi accumulo. Ogni nobilitazione è un passaggio di macchina in più, quindi su una prima produzione conviene fermarsi a una.

Le informazioni obbligatorie vanno anche sull’astuccio?

Quando il prodotto viene venduto dentro la confezione esterna, informazioni come soggetto responsabile, contenuto nominale, scadenza o periodo dopo l’apertura, numero di lotto e precauzioni d’uso devono essere reperibili sull’imballaggio esterno o sul contenitore. Va aggiunta anche l’etichettatura ambientale dell’imballaggio.

Conviene fare astucci solo per i kit?

Nella maggior parte dei casi sì, almeno all’inizio. Nel kit la confezione è parte del prodotto e si ripaga, perché il cliente prende una decisione invece di tre e accetta un prezzo superiore. Sul prodotto singolo l’astuccio è un costo che va giustificato dal canale di vendita.

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